Le banche dati: la nuova frontiera della narrazione

La nuova e più originale forma di narrazione, oggi, non è più quella lineare, ma quella algoritmica della banca dati dove il progettista del database, il digital writer, diventa il cantastorie errante del villaggio globale

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Intrecci, Pino Moscato, 2010

[Nota d’autore: l’articolo è stato scritto a quattro mani, insieme a Silvia Panzavolta, ricercatrice INDIRE]

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Le moderne neuroscienze (Damasio, 1999, 2001) confermano quella che è una caratteristica cognitiva dell’uomo, messa in evidenza già negli anni venti dalla psicologia cognitiva, ossia la necessità di strutturare e classificare l’esperienza, ed i dati da essa derivanti, in categorie. Anche la New Cultural History (Burke, 2013) descrive le varie modalità che l’uomo ha utilizzato per rappresentare la conoscenza: dalla raccolta (scoperte, accumulo di esemplari, osservazione, indagini, registrazioni, mappature, fotografie, appunti ecc.) all’analisi che trasforma un materiale grezzo in autentica conoscenza (classificazione, decifrazione, ricostruzione, verifica, datazione, calcolo e misurazione, comparazione, spiegazione, interpretazione e narrazione).
Le banche dati, insomma, rispondono ad una nostra esigenza cognitiva e sociale, resa sempre più evidente da quando esiste la Rete, in cui risiede (dicono alcune stime) quasi tutta la conoscenza dell’uomo prodotta nei secoli.
La banca dati può essere definita come una raccolta strutturata di dati, organizzata in base a categorie e modelli logici diversi, così da consentire una gestione efficace ed efficiente delle informazioni in esse contenute, interrogabili da parte di un utente che si interfaccia ad essa tramite modalità multiple di ricerca.
L’altra tendenza, naturale, è quella invece di raccontare. Molti psicologi, tra cui Bruner, hanno sottolineato come la forma più alta di intelligenza sia quella che nell’uomo consente di mettere insieme e dare senso ai numerosi momenti, eventi, emozioni, bisogni e rappresentazioni che la nostra mente e i nostri sensi registrano, tanto che si parla ormai di sé narrativo o autobiografico (Damasio, 1999). Per Burke, inoltre, la narrazione è una forma sia di analisi che di diffusione, ma a differenza delle altre modalità non è statica ma dinamica.
Due tendenze che possiamo percepire quasi opposte, ma che alcuni studiosi hanno ricondotto a fattore comune, affermando che le banche dati innovative, quelle che funzionano nell’era digitale, sono quelle che raccontano una storia e che la nuova e più originale forma di narrazione, oggi, non è più quella lineare del cinema, ma quella algoritmica della banca dati.
Le banche dati, purché abbiano un minimo di originalità, sono protette dal diritto d’autore e dal diritto sui generis a livello europeo, recepito anche a livello nazionale. Non tutto il web è organizzato in banche dati e il web non è certamente una banca dati, proprio perché i dati non sono strutturati.
Le banche dati digitali si sono enormemente trasformate da quando si è iniziato a parlare di Open data, dati, cioè, aperti, interoperabili, scambiabili tra diversi “provider”, in un’ottica di risparmio e maggiore produttività. Dalla Commissione Europea all’OCSE, molti organismi internazionali e Ministeri nazionali ribadiscono la necessità di condividere dati in modo strutturato e con licenze aperte (copyleft). Si tratta di un fatto culturale prima che tecnico, nella prospettiva di quella costruzione condivisa della conoscenza, auspicata da molti esperti di media, sociologi e ricercatori della conoscenza (uno tra tutti Lévy).
L’obiettivo, dunque, tuttavia ancora largamente disatteso, è quello di uscire da un “feudalesimo culturale” (l’espressione è di Peter Burke) dell’informazione per arrivare ad un “federalismo informativo” avanzato.
Il movimento dell’Open source ha creato i presupposti per l’apertura del codice sorgente ma non per la sua distribuzione e condivisione. Un altro passo avanti che hanno fatto molte delle legislazioni europee ed internazionali è in termini di trasparenza; se è vero che “noi siamo i nostri dati” (l’espressione è di Stefano Rodotà), i dati pubblici devono quantomeno essere disponibili, consultabili ed esportabili. Tuttavia, una cosa sono i principi normati nei Codici (in Italia, ad es. tale principio è stato normato dal Codice dell’Amministrazione Digitale) altra cosa sono le pratiche. In Italia, come in molti paesi dove il principio dell’apertura e trasparenza del dato non è ancora praticato da tutti, è utile un controllo sociale da parte dei cittadini sui dati “Opened by default”. Un’iniziativa molto attiva in Italia è Spaghettiopendata (Figura 1), un gruppo di cittadini “interessati al rilascio di dati pubblici in formato aperto, in modo da renderne facile l’accesso e il riuso”, come si definiscono sul loro sito. Le segnalazioni sono quotidiane e puntuali.

Figura 1 - Immagine di Luca Corsato, Spaghetti Opendata

Figura 1 – Immagine di Luca Corsato, Spaghetti Opendata

In risposta alla crescente mole di informazioni in rete, il W3C (World Wide Web Consortium) ha pensato di realizzare un web più intelligente e meno minaccioso in termini di information overload. L’idea è quella di utilizzare metadati e ontologie per classificare i dati pubblicati in rete, in modo da consentire una interrogazione intelligente che vada oltre l’algoritmo, funzionante ma impreciso, di Google. Il web semantico immaginato da Tim Berners Lee e da altri studiosi in tutto il mondo è però molto complesso da realizzare, implica un livello di formalizzazione molto alto e, soprattutto, la condivisione internazionale di standard tecnico-semantici, nonché la propensione, da parte della maggioranza di chi produce informazione online, a seguirli.

Il progetto ambizioso si è in parte ridimensionato in quella che oggi viene indicata come la via intermedia del “linked data”, dove i dati sono solo in parte descritti in termini semantici.
Con il ritmo vertiginoso di crescita dei dati in rete, la tendenza attuale è quella di organizzare le informazioni in banche dati, siano esse gerarchiche, reticolari, ad oggetti, o relazionali. L’utente naviga spesso dentro una struttura – una banca dati appunto – anche se non ha consapevolezza di farlo, poiché segue liberamente un percorso. Il modo di interfacciarsi alle banche dati si è molto evoluto. L’interfaccia è la vetrina di una banca dati, deve attirare l’utente e combattere nell’economia dell’attenzione (De Biase, 2010) con molti competitor. Così, chi si occupa di ergonomia cognitiva propone interfacce sempre più vicine all’esperienza umana, capaci di suscitare emozioni, utilizzando sempre di più i canali visivo e sensoriale (voce, tatto).  Si pensi, ad esempio, a come il popolare social network Facebook abbia radicalmente cambiato i “pesi” tra immagine e testo, rendendo predominante la testualità visiva. Questo cambiamento di paradigma comunicativo lascia molto spazio alle componenti percettive e sollecita l’immaginazione, il viaggio, porgendo i dati (benché strutturati in moduli ordinati) in una forma narrativa.
Se un tempo eravamo seduti davanti al focolare a sentire una storia, oggi ci portiamo appresso il nostro “camino digitale”, comunque in ascolto delle tante storie che si formano – adesso – a partire dalle nostre domande (ricerche o query).
Alcuni studiosi, attenti alle componenti comunicative e sociologiche dell’informazione online e dei suoi ritmi di crescita, hanno definito le banche dati come una nuova forma di narrazione, ormai onnipresente anche laddove l’utente ha la sensazione di trovarsi di fronte ad una narrazione lineare, sequenziale. Infatti, l’utente naviga secondo una storia che gli sembra simile alla narrazione lineare dell’era cinematografica, ma in realtà quella narrazione è solo una delle tante “trame” possibili pensate dal progettista di database. È quindi il progettista del database il digital writer di oggi, il cantastorie errante del villaggio globale. Il linguaggio che egli utilizza è il Data Definition Language (DDL) che permette di definire la struttura del database e quindi, per riprendere la metafora, di scrivere la cornice narrativa delle possibili trame esperite dall’utente.

Un esempio di banca dati da “vivere” e da “ammirare” è il progetto Google Art project (Figura 2), che offre all’utente la possibilità di vivere l’opera in 3d, di vederla nel suo contesto (nella galleria o nel museo in cui si trova), di esplorarla in molteplici percorsi, partendo da una semplice query con il nome dell’artista o il titolo del quadro.

Figura 2 Il progetto Google Art project

Figura 2 – Il progetto Google Art project

Altro esempio, peraltro di open data e nuove forme di racconto è il sito “open spending“, dedicato alla consultazione, navigazione e visualizzazione dei dati relativi alla spesa pubblica italiana (come riportato in Figura 3).

Il sito OpenSpending

Figura 3 – Il sito OpenSpending

Anche la più grande banca dati al mondo “Corbis

Homepage del sito Corbis

Figura 4 – Homepage del sito Corbis

O ancora il database WebGLGlobe (Figura 5), che consente la visualizzazione e la ricerca di dati georeferenziati e grazie al quale l’utente, moderno 007, può “search Globe”, scandagliare la Terra in 3d in base a molteplici parametri (popolazione, fenomeni naturali, traffico nei social network ecc.).

Homepage del sito Chrome Experiments

Figura 5 – Homepage del sito Chrome Experiments

Numerosi sono poi i servizi per progettare i database in modo sempre più intuitivo e visuale. Ad esempio il servizio offerto da Vertabelo (Figura 6), la cui promessa è quella di progettare database in modo semplice e veloce, bypassando le difficoltà della programmazione in MYSQL.

Figura 6

Figura 6 – Database proposto da Vertabelo

Oppure i servizi per creare una database su se stessi, come il servizio “visualize.me” (Figura 7), ed ottenere poi una visualizzazione dei propri dati, come ha fatto il database architect che lo ha inventato.

Figura 7

Figura 7 – Creare un database con Visualize.me

O ancora, il servizio “Dipity“, dove la metafora è quella della linea del tempo e la storia è “solo” apparentemente cronologica. Di sotto la linea del tempo relativa alla vita di Steve Jobs (Figura 8).

Il servizio Dipity

Figura 8 – Il servizio Dipity

Esistono anche numerose imprese private che realizzano banche dati “visive” per dati complessi come “Bestiario“. Di sotto una realizzazione di banca dati di articoli tratti da una rivista scientifica (Figura 9).

Banca dati Bestiario

Figura 9 – Banca dati Bestiario

Un altro esempio interessante che sfrutta il 3D è “Museum of me“, “l’archivio visuale della nostra vita sociale”, ideato da Intel e Facebook, nel quale possiamo passeggiare nella nostra rete sociale. Si tratta di varie “stanze” dove l’utente può spostarsi e vedere la propria giornata, le proprie foto, video, contatti (Figure 10 e 11, rappresentano i “Museum of me” delle autrici).

The Museum of me

Figura 10 – The Museum of me di Isabel De Maurissens e Silvia Panzavolta

The Museum of me

Figura 11 – The Museum of me di Isabel De Maurissens e Silvia Panzavolta

Conclusione

Guardando all’ambito educativo in particolare, nella recente Comunicazione al Parlamento europeo e al consiglio d’Europa (2013), intitolata Aprire l’istruzione, la Commissione europea ha messo l’accento sulla contestualizzazione del dato e delle risorse didattiche, spingendo per una condivisione sempre maggiore di pratiche d’uso e learning stories, oltre alla mera descrizione di risorse educative aperte (open educational resources), parlando proprio di “open educational practices”. Si sottolinea quindi che il dato non è algido e “parlante” di per sé ma ha bisogno di un racconto, di un punto di vista, di un’esperienza che gli dia senso. Si tratta cioè di raccogliere, reperire, organizzare, validare e proporre queste nuove unità semantiche e raccontarle in modo da renderle comprensibili e familiari, mondi di senso immediatamente accessibili, soprattutto nel contesto europeo dove molti sono i sistemi educativi e diversi sono gli approcci al curricolo, alla valutazione, alla carriera dei docenti ecc. Una sfida di non poco conto che ha bisogno di attività di ricerca e sviluppo, per intendere le banche dati come nuove forme di narrazione dell’era digitale.