In questa storia…

In questa storia parleremo dell’uomo inteso come modello per pensare e ripensare la realtà, per organizzare i gruppi di persone e di oggetti.

Si tratta di un modello astratto, ridotto alle sue parti più estreme, complementari ma opposte, divise: la testa e il corpo (il tronco e gli arti). Divisione che si ripercuote inevitabilmente su tutto quello che viene organizzato mediante il modello “uomo”, avendo conseguenze ben precise, soprattutto in termini sociali.

Nel contesto dell’Osservatorio monitorare i processi di automazione significa rileggere la Storia e i suoi eventi alla luce di domande sempre diverse, e divergenti; con l’obiettivo di contribuire alla sua riscrittura. Questa storia aspira a contribuirvi.


A cura di CfGC | aprile 2018

Una chiave di lettura

La forma dell’uomo per dare forma alla realtà

Questa è una storia SEMPLICE della cosa più complessa, più articolata e più sfuggente che ci sia dato di sapere. Solo dopo questa imposizione di SEMPLICITÀ riusciamo a dircela senza apparire troppo sciocchi: non esiste niente che l’uomo faccia o pensi che non abbia una testa e un corpo. Quando diciamo niente, significa NIENTE: né di reale né di astratto.


Prendiamo un martello…

È abbastanza facile con l’indice localizzare la testa nella parte sporgente e nel manico il tronco/arto quasi all’istante. Ma questa è l’idea di “martello statico”. Al momento dell’utilizzo scopriamo che i rapporti sono completamente invertiti: la testa è il “braccio”, agisce fisicamente sulla realtà, e il manico è la “testa” da dove viene il comando.

Niente ci è comprensibile se non tramite questa organizzazione, questo modello mentale; l’uomo organizza solo così il mondo che gli sta attorno: una parte per pensare una parte per agire.

La storia della forma umana come principio organizzativo della realtà

Detto ciò, quello che faremo d’ora in avanti sarà cercare di ricostruire la storia della forma umana come principio organizzativo della realtà, talvolta impiegato consapevolmente, perché riconosciuto come più efficiente, talaltra riprodotto inconsapevolmente.

Buona consultazione.

Nodo #01

L’oggetto è fondamentalmente antropomorfico

Per Jean Baudrillard gli oggetti sono antropomorfici perché la creatività ci porta a riprodurre noi stessi nel mondo attraverso la forma.

«l’oggetto è fondamentalmente antropomorfico»
(Baudrillard, Il sistema degli oggetti, 1968, p. 35)

Non è solo una questione di oggetti ma anche, e soprattutto, un principio organizzativo generale che riguarda i sistemi di oggetti così come quelli di soggetti, quindi di meccanismi/macchine e di gruppi/società.

Si intende quindi come ci sia stata una grande confusione tra i sociologi al momento di dover stabilire se la società assomigli di più a un meccanismo o a un organismo. Si tratta di una questione SEMPLICE, lontana dai cavilli: testa e corpo, sia il meccanismo che l’organismo, derivano dal modello dell’uomo, sono entrambi modelli posteriori ed informati da questo principio formale/spaziale.

In realtà basta associare alla storia dello sviluppo della medicina e della meccanica l’organizzazione sociale contemporanea per osservare come questi ambiti siano in tutto e per tutto comunicanti e come il macromodello umano, pur aggiornandosi, mantenga la rigida distinzione di testa e corpo.

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Nella creazione o fabbricazione di oggetti, l’uomo, imponendo una forma che è cultura, diventa transustanziatore di natura: la filiazione delle sostanze, di età in età, di forma in forma, istituisce lo schema originale della creatività: creazione ab utero, con tutto il simbolismo poetico e metaforico che l’accompagna. Il senso e il valore derivano dalla trasmissione ereditaria delle sostanze sotto la giurisdizione della forma: dunque il mondo viene vissuto come regalato (nell’inconscio e durante l’infanzia questa sensazione permane), e il progetto consiste in un’operazione di svelamento e di perpetuazione. E poiché la forma circoscrive l’oggetto, in esso è inclusa una minuscola parte di natura, come nel corpo umano: l’oggetto è fondamentalmente antropomorfico.

(Baudrillard, Il sistema degli oggetti, 1968, tr. It. 2009, pp. 34-5)

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Qualcosa sul libro di Baudrillard…

Nodo #02

2.000.000 a.C. – La testa e il corpo: da sempre divisi…

Paleolitico inferiore. L’uomo è una scimmia che cammina in posizione eretta e ha imparato a produrre utensili rudimentali. Non è certo se il fuoco sia stato scoperto proprio in questo enorme lasso di tempo di circa due milioni di anni oppure sia addirittura successivo.

Esistono però reperti che confermano la pratica della decapitazione post mortem. L’accanimento o l’innalzamento della testa del defunto è una costante che si ritrova in epoca preistorica in tutto il mondo: Egitto, Nuova Guinea, Messico, Giappone, ecc. La testa del defunto è l’oggetto da disperdere, da distruggere, oppure da cannibalizzare per introiettare nei successori i poteri appartenuti allo scomparso, oppure ancora da adornare, “imbalsamare” sostituendo le parti molli con argilla e conchiglie.

La pratica di ricoprire i crani con argilla, restituendo le parti molli del volto, risale al paleolitico. Uno dei reperti più interessanti di questo tipo è conservato al Jordan Archaeological Museum di Amman e, seppur risalga “soltanto” al 6500 a.C. Il reperto fa parte di un gruppo di oggetti simili, ritrovati sepolti insieme, testimoniando una particolare forma di culto dei morti.

Due statuti separati, dunque, per la testa, centro di un potere che persiste anche dopo la morte, e per il corpo, del tutto svuotato delle sue funzioni con il trapasso. Due statuti che riflettono una concezione primordiale, una sensibilità preistorica che intuisce il corpo diviso dalla testa.

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Cranio modellato in argilla (6500 a.C. circa). The Jordan Archaeological Museum, Amman, Giordania.

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Kristeva, Visions capitales, 1998

Julia Kristeva nel saggio Visions capitales, uscito in Italia per Donzelli, col titolo La testa senza il corpo, mostra come il culto dei crani, oltre ad essere una pratica antichissima, rappresenta l’origine della rappresentazione e, secondo la sua interpretazione, un modo di interiorizzare la morte. Il cranio era spesso adornato, trasformato in coppe o addirittura in strumento musicale in modo da “rivitalizzarlo”, rendere eterna la presenza del defunto.

Nodo #03

Anni ’50 – Nasce il robot… Perché pensare una macchina con le fattezze umane?

Nel 1954 George Devol realizza il primo robot industriale (che viene installato nel 1961 negli stabilimenti della GM Ternstedt). Il suo nome è Unimate ed è un braccio meccanico capace di obbedire a comandi registrati su nastro magnetico.

Unimate era pensato per lavorare sui materiali incandescenti potenziando, in questo modo, la forza e la precisione del lavoro umano. L’ambiente per cui erano pensati i primi robot era dunque la fabbrica organizzata come catena di montaggio.

Attraverso lo sviluppo di queste tecnologie e della catena di montaggio, l’automazione dei processi di produzione prende progressivamente il sopravvento sulla gestione della fabbrica. Secondo Pollock l’automazione è «l’integrazione dei processi continui e discontinui sotto il coordinamento di sistemi elettronici».

La profonda trasformazione che investe prima la fabbrica e poi l’intera società crea un forte dibattito già nella prima metà degli anni ’50. Da una parte si riscontrano numerosi pareri favorevoli che vedono nello sviluppo dell’automazione, e nelle macchine che facilitano il lavoro dell’uomo, un importante salto evolutivo come mai si era visto fino ad allora.

Stando accanto al lavoratore, il robot è uno strumento di natura totalmente differente rispetto agli strumenti utilizzati in passato: è un agente che coopera assieme al lavoratore. La sua struttura e la sua meccanica sono interpretazioni che l’uomo fa su se stesso. Le azioni che può compiere non sono paradigmaticamente distanti da quelle umane, sono soltanto incrementate in potenza e ampiezza, permettendo, in questo modo, di superare i limiti spaziali e temporali tipici dell’uomo. Ma in questo modo il robot finisce per imprimere una profonda riscrittura della dimensione umana rispetto alla macchina.

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Unimate, il primo robot

Unimate è riconosciuto come il primo vero robot della storia, pensato e brevettato per l’industria dal suo creatore, George Devol.

Si tratta di un braccio meccanico in grado di maneggiare materiali pericolosi per l’uomo e di svolgere intere mansioni autonomamente.

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George Devol presenta il primo Unimate

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I nodi generano le trame…

Nodo #04

Il braccio o la mente?

Nodo #05

Uncanny Valley

Nodo #06

Robo journalism

TO BE CONTINUED

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