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Gianluca Simonetta, PhD  gianluca.simonetta@unifi.it
Assegnista di Ricerca in Sociologia dei processi culturali e comunicativi (SPS/08)
Docente a contratto per il “Laboratorio di strategia comunicativa: analisi e progettazione”


 

Una rapida introduzione al saggio Nuove tecnologie della comunicazione. Rischi e opportunità per lo sviluppo rurale che compare nel volume La comunicazione sostenibile per lo sviluppo rurale. Socialità, innovazione e paesaggio (in uscita per Apogeo-Maggioli): una riflessione, dal punto di vista della “comunicazione generativa”, sul ruolo e sul peso delle ICT nelle politiche di sviluppo rurale dell’Unione Europea (i PSR), con una divagazione sulle politiche di indirizzo e di finanziamento, da Europa 2020 all’Agenda Digitale e ai Programmi Quadro.

ICT e sviluppo rurale?

Per cominciare è opportuno chiarire a cosa ci riferiamo parlando di ICT in relazione allo sviluppo rurale e in che senso è lecito farvi riferimento.

I finanziamenti previsti dai Programmi di Sviluppo Rurale (PSR) sono finalizzati a sostenere le aree rurali e le persone che vi vivono attraverso interventi orientati alle attività produttive del settore agricolo e alla valorizzazione del patrimonio di risorse economico-sociali. I provvedimenti possono essere i più vari: dal sostegno all’industria di trasformazione alimentare alla protezione e alla tutela delle risorse territoriali e paesaggistiche.

Ma anche, e in misura non minore, l’estensione della copertura a banda larga per l’accesso a Internet in tutte le zone rurali, appunto le ICT a vantaggio delle politiche di sviluppo rurale.

Internet è la trama delle nostre vite

Il ruolo che le ICT, Internet in testa, sono chiamate a giocare in relazione alle politiche di sviluppo rurale è dunque strategico. Giustamente. Del resto, come afferma Castells in apertura di Galassia Internet:

Internet è la trama delle nostre vite. Se la tecnologie dell’informazione è l’equivalente odierno dell’elettricità nell’era industriale, Internet potrebbe essere paragonata sia alla rete elettrica sia al motore elettrico, grazie alla sua capacità di distribuire la potenza dell’informazione in tutti i campi dell’attività umana.

Castells ha ragione, la potenza della rete delle reti distribuita in tutti i campi dell’attività umana ha ingenerato mutamenti, anche radicali, nei modi di produzione, nella natura del capitale finanziario, nell’organizzazione del lavoro, nella mobilità, nel comportamento individuale, nella gestione del tempo libero, nei canali di commercio e di consumo, ecc.

Lezioni di comunicazione

Ma accanto alle ragioni del sociologo hanno diritto di comparire le ragioni del poeta. Quelle di Thoreau, ad esempio, che tra il 1845 e il 1847, durante il suo soggiorno sulle sponde del lago Walden, nel Massachusetts, assistendo all’installazione della linea telegrafica (l’antenata della rete delle reti) annota con disappunto nel suo taccuino:

Abbiamo tanta fretta di costruire un telegrafo magnetico dal Maine al Texas; ma può darsi che il Maine e il Texas non abbiano nulla di importante da comunicarsi (Walden, 1854).

Poche battute per una vera e propria lezione di comunicazione: prima di attivare un qualsiasi processo di comunicazione occorre definire gli obiettivi, le necessità, i bisogni, le esigenze di tutti i soggetti coinvolti.

Una lezione che ogni comunicatore dovrebbe fare sua. O forse no. E, infatti, il 15 aprile 2011, a Perugia, in occasione del Festival del Giornalismo, durante il suo intervento, il presidente del Gruppo Editoriale L’Espresso, Carlo De Benedetti, in riferimento alle battute di Thoreau afferma:

Non aveva capito proprio nulla Thoreau. Una volta messi in connessione il Maine e il Texas hanno trovato subito qualcosa da dirsi. E come il Maine e il Texas, anche Pechino e Londra, Roma e Calcutta, New York e Kuala Lumpur. Non è questa la lezione di Internet? Crea una rete e i contenuti verranno. Metti in collegamento Mario Rossi a Brembate con Gino Bianchi a Viterbo e troveranno informazioni da scambiarsi. È il Web 2.0. È Facebook, Twitter, i blog, i Social Network, la chat. Sono i più di 50 miliardi di valore della società di Zuckerberg, i quasi 30 miliardi di fatturato verso cui è ormai lanciata Google, i 490 milioni di utenti di Yahoo!

Le argomentazioni di De Benedetti hanno dalla loro parte la grossolana autoevidenza delle cifre. Chi oserebbe dargli torto? Ciononostante una riflessione sulla sostenibilità della comunicazione è opportuno avviarla.

Una comunicazione sostenibile per lo sviluppo rurale

Occorre prendere coscienza che non è più sostenibile (economicamente, eticamente, deontologicamente) un atteggiamento di incondizionata apertura (e ingente finanziamento) alle tecnologie della comunicazione (vecchie, nuove o nuovissime che siano) rimandando a data da destinarsi (e ad ulteriore finanziamento) la riflessione sul senso e sugli obiettivi, in una parola, sul progetto. Un progetto sociale, s’intende, in grado di guardare oltre il ritorno effimero di un indotto immediato.

In tal senso è vero ciò che insegna la prima tesi del Cluetrain Manifesto: “i mercati sono conversazioni”. Lo sanno bene gli imprenditori agricoli che operano nelle zone rurali non coperte da un adeguato accesso alla rete di conversazione world wide: esclusi dalla possibilità di evadere pratiche amministrative telematiche, dalle opportunità dell’e-commerce e dal mercato ‘conversazionale’ del Social Networking; per loro l’isolamento comunicativo finisce, di fatto, per ingenerare un vero e proprio divario economico.

Ma quando a tutte le aziende agricole sarà garantito l’accesso a Internet ad altissima velocità e ogni imprenditore agricolo avrà ricevuto un adeguato piano di formazione all’uso delle nuove tecnologie, occorrerà rendersi autori del proprio business sulla Rete. Perché non basta ‘esserci’ per comunicare in maniera significativa la propria specificità aziendale o produttiva né per far preferire il proprio prodotto a quello della concorrenza.

Per comunicare efficacemente sulla Rete occorre ristrutturarsi in modo da poter rispondere all’incremento della domanda, serve un’organizzazione interna funzionale a nuovi ritmi di produzione, in modo che, all’estensione globale del proprio mercato virtuale e all’aumento degli acquirenti potenziali, possa poi corrispondere un reale incremento delle vendite.

Ma alla fine di questo processo di ridefinizione delle propria identità, mediale e aziendale nello stesso tempo, la particolarità produttiva, la tipicità territoriale o la specificità culturale dell’imprenditore agricolo e del proprio prodotto sarà ancora riconoscibile o risulterà snaturata? In un caso la comunicazione sarà sostenibile, nell’altro no.

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IMG_0139-1-2, Prison d’acier via photopin (license)