Posted by on giugno 7, 2016

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Eugenio Pandolfini, PhD  eugenio.pandolfini@unifi.it
Assegnista di Ricerca in Sociologia dei processi culturali e comunicativi (SPS/08)
Professore a contratto di Sociologia dei Nuovi Media


Nel saggio Il paesaggio smarrito. Una trama sociale in cerca d’autore presente all’interno del volume La comunicazione sostenibile per lo sviluppo rurale. Socialità, innovazione e paesaggio (in uscita per Apogeo-Maggioli) si sviluppano alcune riflessioni sul concetto di paesaggio come peculiare – e sempre diverso – conglomerato di infrastrutture, di ambiente naturale, di reti di relazioni e conflitti sociali, di attività produttive e agricole, di storia e tradizioni, di arte e di cultura; e su alcune tendenze problematiche che recentemente ne stanno mettendo in crisi l’essenza. L’ipotesi che si avanza è che alcuni fenomeni stiano limitando la capacità dell’uomo di “leggere” – nel senso di interpretare – e, di conseguenza, di “scrivere” – nel senso di progettare, sviluppare, far progredire – il paesaggio, inteso nella più larga accezione possibile: naturale, rurale, urbano, etc.. E che una “buona” comunicazione – intesa come strumento di lettura e di riscrittura, più che come mezzo di promozione di un territorio/prodotto – può essere lo strumento ideale per mettere in luce le relazioni profonde che legano il paesaggio all’azione dell’uomo e per avviare la progettazione di nuove configurazioni spaziali, ma anche culturali, economiche, sociali.

Il paesaggio, per riprendere le parole di Gilles Clement, è “ciò che vediamo quando chiudiamo gli occhi”, ovverosia ciò che lo sguardo cattura ed estrae dalle forme dello spazio geografico in termini di memoria, di affetto, di storia, di cultura. È un concetto culturale, che esprime la relazione tra uomo, dato fisico e dato immaginario/simbolico di ciò che lo circonda e che, quindi, descrive non tanto un oggetto fisso e definito, quando una serie di trasformazioni progressive di un sistema complesso che riunisce istanze naturali, sociali, economiche, culturali: si tratta di una realtà (rurale o urbana fa poca differenza) in continuo cambiamento, nell’accezione di testo sociale scritto a più mani e, quindi, di luogo antropologico e simbolico per eccellenza, capace di stabilire relazioni e comunicare valori, simboli, senso di appartenenza a visitatori e abitanti.

Si tratta, per arrivare al punto, di un paesaggio che non esiste come dato oggettivo a sé stante, ma che vive delle relazioni con le persone o i gruppi che hanno gli strumenti per comprenderlo: un sistema che svanisce in assenza di persone che abbiano non solo i mezzi, ma anche la conoscenza e la volontà politica di leggerlo e scriverlo.

Nell’idea comune e consolidata i paesaggi – meglio parlarne al plurale – sono considerati ambiti spaziali conclusi in una loro perfezione: campagne coltivate e città storiche appaiono come parte integrante e immutabile dello spazio geografico, mentre sono il risultato di infinite e lente trasformazioni che, nel corso di secoli, l’uomo ha impresso sulla realtà. In un contesto come quello della società contemporanea globalizzata, dove l’attimo del presente – statico ed immutabile – si è sostituito alla scala del tempo naturale, si stanno avviando trasformazioni che non riguardano solo la superficie (il testo), ma che portano il cambiamento fin dentro la struttura (la grammatica) dei paesaggi, mettendo in crisi l’intero sistema. Il proliferare di concetti quali “paesaggi riciclati”, “paesaggi rifiutati”, “paesaggi compressi” segnala una crisi che riguarda non solo il dato ambientale e naturalistico, ma che si allarga a questioni di ambito sociale, economico e culturale.

In questa direzione, il saggio identifica il paesaggio come ambito di continue e necessarie trasformazioni, descrivendone la reale complessità e ricchezza di risorse, sia esplicite che implicite, di ambito sociale, economico e culturale. L’obiettivo è quello di suggerire riflessioni e spunti per nuove modalità di “lettura” e “scrittura” che siano in grado, partendo dallo statuto dei luoghi attuale, di generare nuova realtà sia attraverso le azioni fisiche degli uomini, sia attraverso le infinite potenzialità dell’immaginario, sia attraverso le strette relazioni che una “buona comunicazione” – una comunicazione che sia anche sostenibile in relazione al territorio e al tessuto sociale di riferimento – permette di delineare tra questi due ambiti.

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