Gli ultimi dati dell’Istituto Demos sulla fiducia nelle istituzioni da parte degli italiani (Gli Italiani e lo Stato, XX edizione) ci mostrano uno scenario da cui non si può prescindere se si vuole intervenire non solo sulla comunicazione istituzionale, ma, in generale, sulla comunicazione intesa come struttura portante della società, dell’economia, della cultura.

Al di là del fatto che al primo posto vi sia Papa Jorge Mario Bergoglio (77%) e all’ultimo i partiti (5%), quello che induce a riflettere è il confronto fra la rilevazione del 2017 e il 2007: tutti i soggetti istituzionali hanno registrato un calo di fiducia rilevante. La fiducia nell’Unione Europea, per citare l’esempio più eclatante, è calata di ben il 18%.

In chiaroscuro sono le tendenze più recenti (2017-2016): se i comuni cedono 6 punti percentuali (dal 39% al 33%), i sindacati sono in deciso recupero (CGIL +8%, CISL e UIL +6%). Meno rilevanti sono le fluttuazioni che riguardano le altre istituzioni (+/- 2%).

Analizzando questi dati una cosa è chiara. Al di là delle normali fluttuazioni annuali, tutte le istituzioni sono chiamate alla sfida di riattivare dinamiche di relazione basate sul rafforzamento della fiducia e sullo sviluppo del capitale sociale, elementi che storicamente sono alla base della qualità della vita nel nostro paese, ma che dobbiamo al più presto sviluppare in una prospettiva tutta orientata al futuro.

Il CFGC applica il modello della comunicazione generativa per analizzare, progettare e realizzare processi partecipativi, processi decisionali inclusivi per le istituzioni. E non solo: basti pensare al mondo della cooperazione e ai bisogni che in questa direzione sorgono sempre più urgenti nel mondo delle imprese, delle organizzazioni.

Perché per affrontare il diffuso problema della partecipazione bisogna avere consapevolezza che esso va ben oltre la dimensione istituzionale, e coinvolge le imprese, le associazioni, le organizzazioni con le più diverse missioni, i singoli cittadini. Ovunque, nella società, si sta registrando un crescente bisogno di tecniche che sostengano la costruzione di relazioni, di processi di dialogo, di cooperazione e collaborazione, nella prospettiva di offrire precise proposte operative.

Tecniche che siano in grado di individuare e risolvere i conflitti, aiutando ad affrontare le questioni sempre più controverse emergenti dal processo di mondializzazione in atto, basate su processi decisionali inclusivi.

Buona è quella governance che comunica, mette cioè in comunicazione il maggior numero di stakeholder, consapevoli e inconsapevoli, governando il confronto fra conflittualità esistenti o potenziali, così da favorire la generazione di scelte di fondo, strategiche ma anche fortemente situazionate nella vita di tutti i giorni, partecipate, condivise, responsabili.


Progetti correlati all’area “Governance e partecipazione”

Sviluppo dell’area “Governance e partecipazione”

Né top-down né bottom-up

Il CfGC si occupa da anni (da quando fu fondato il CRAIAT) di governance e partecipazione, ricercando e sperimentando in numerosi progetti un’alternativa sia alle classiche strategie top-down sia a quelle bottom-up. Secondo il paradigma generativo della comunicazione, infatti, occuparsi di governance e partecipazione inclusiva significa superare l’apparente dicotomia tra quelle due impostazioni per

“costruire un’organizzazione della comunicazione […] in grado di far divergere e poi convergere i soggetti coinvolti nella vita di un ente, secondo un movimento pulsante che va dal centro alla periferia (politica d’indirizzo) e poi dalla periferia al centro (partecipazione), rafforzando la centralità della mission, dell’identità e della visione di quella comunità, e favorendo la generazione di conoscenza. (Toschi 2014, p. 22)

Il CfGC si occupa di governance e partecipazione a scale diverse, portando avanti progetti sia a livello di singoli enti, imprese, associazioni, sia a livello territoriale, regionale, nazionale, internazionale.

In quest’ottica si pongono gli sforzi teorici e pratici messi in atto per ricostruire e ridefinire, in tanti contesti diversi, la comunicazione spesso logora che lega coloro che hanno la delega a governare e coloro che li hanno delegati. Un obiettivo che ha come scopo strategico quello di ridefinire radicalmente il concetto stesso di rappresentanza.

Si tratta di un processo che, lungi dal voler indebolire le responsabilità connesse alla rappresentatività, mira, al contrario, a rafforzarle e a legittimarle, proprio perché attuate in un ambiente comunicativo radicalmente diverso dal passato: e cioè inclusivo rispetto ai rappresentati.

Questo principio è stato applicato a innumerevoli situazioni di governance. Si va dalle imprese della cooperazione, attraverso il rilancio del rapporto tra i dirigenti e la base sociale [link all’area “Impresa cooperativa”], alle istituzioni, naturalmente, alle agenzie pubbliche, mediante percorsi partecipativi di co-progettazione che hanno coinvolto tutti gli stakeholder, creando una comunicazione inedita per la partecipazione inclusiva, con cui far dialogare le aspettative e i bisogni, per esempio, della cittadinanza con le competenze e le conoscenze tecniche degli amministratori [link all’area “Communication and Smart organizations”].

Dalla comunicazione DEL alla comunicazione NEL prodotto/servizio

Ciò che accomuna tutte le esperienze del CfGC è la centralità del ruolo della conoscenza. Quella stessa conoscenza che è una risorsa incredibile e particolare perché, a differenza di molte altre, non diminuisce quando è condivisa: al contrario aumenta. Aumenta se la si usa, se se ne verifica il valore applicandola ai bisogni.

Incorporare la conoscenza all’interno dei comportamenti di tutti, e quindi anche dei processi di produzione – da intendersi in questo contesto in senso estremamente ampio, comprendente, ad esempio, anche il processo di produzione di uno statuto comunale o di un bando per l’assegnazione di fondi pubblici – è il modo migliore per passare dalla comunicazione DEL prodotto, caratteristica del paradigma comunicativo OGGI IN CRISI (gerarchico, trasmissivo, emulativo), alla comunicazione NEL prodotto, che contraddistingue il paradigma generativo della comunicazione.

La comunicazione DEL prodotto lavora su elementi prefiniti, secondo una visione tipica del montaggio lineare, elementi che devono essere semplicemente aggregati e quindi, una volta terminato il processo di produzione, trasmessi, con tecniche più o meno persuasive, al target previsto fin dall’inizio. Questo tipo di comunicazione, quindi, tende per sua natura ad una frammentazione riduttiva degli elementi che la costituiscono e conseguentemente degli obiettivi, secondo una visione solo quantitativa dei risultati.

La comunicazione NEL prodotto, al contrario, lavora per aggregare risorse le più diverse, secondo una trama che si definisce con il procedere della produzione, facendo del prodotto da realizzare e quindi da usare uno strumento comunicativo che sia in grado di mettere in relazione tra loro soggetti e aree d’interesse le più diverse, anche tradizionalmente distanti. Così facendo questa forza d’aggregazione finisce con il favorire una produzione qualitativamente sempre maggiore, più forte, e, su questo presupposto, quantitativamente vincente.

Nei processi decisionali quest’ultima impostazione, della comunicazione NEL prodotto, si configura come una scelta strategica fondamentale. Non ci si deve limitare a comunicare i prodotti della governance: la governance deve porsi come ambiente fortemente comunicativo, inclusivo, per definire gli obiettivi della governance stessa, che così risulteranno progressivamente sempre più qualitativamente rilevanti.

Buona è quella governace che comunica, mette cioè in comunicazione il maggior numero di stakeholder, consapevoli e inconsapevoli, governando il confronto fra conflittualità esistenti o potenziali, così da favorire la generazione di scelte di fondo, strategiche ma anche fortemente situazionate nella vita di tutti i giorni, partecipate, condivise, responsabili.

Ripensare il senso e il valore dei corpi intermedi

La crisi della governance e della partecipazione è strettamente collegata all’attuale fase di profonda trasformazione che sta attraversando la società tutta e, conseguentemente, anche i corpi intermedi: associazioni di categoria, sindacati, partiti politici, rappresentanze industriali e commerciali etc, con i quali il CfGC collabora da tempo per progetti di ricerca a livello regionale, nazionale e internazionale.

Essi sono stati a chiamati a svolgere importanti funzioni di comunicazione nelle società democratiche. L’evidente processo di indebolimento e delegittimazione che da diversi decenni essib stanno attraversando è dovuto al fatto che non sono stati in grado di riposizionarsi rispetto alla profonda metamorfosi che, dagli anni Settanta in poi, il modello di comunicazione trasmissivo, gerarchico ed emulativo ha dovuto imporsi per sopravvivere a istanze culturali e politiche molto forti tese a discuterne l’immenso potere. Una strategia, quest’ultima, basata sul cambiare tutto – la rivoluzione digitale – per cambiare in realtà assai poco, se non nel senso di rafforzare la strategia della persuasione di sempre.

Uno degli impegni del CfGC è quello di ribadire tanto l’irrinunciabile ruolo di corpi intermedi, quanto la necessità di una ridefinizione degli stessi nell’ottica di un abbandono del vecchio paradigma comunicativo, incoraggiandoli ad assumere una prospettiva basata sulla costruzione di ambienti di comunicazione e di mediazione [link all’area “Negoziazione e mediazione]”] tra bisogni, percepiti e non, della base e le linee di indirizzo strategiche che provengono dai vertici operativi.

Una prospettiva quest’ultima che li vede non più come gatekeeper fra i decisori e chi è chiamato ad adeguarsi a quelle decisioni ma come gestori, appunto, di ambienti di comunicazione che, favorendo la conoscenza delle tante prospettive degli stakeholder coinvolti, favoriscono processi di governance partecipata.