Già dagli albori della civiltà i chierici avevano la possibilità, tramite rituali tramandati oralmente o trascritti su steli – come nel caso della tavoletta neo-babilonese B.M. 45749 del VI sec. a.C. –, di trasferire la vitalità di un dio o di un defunto ad un’immagine che lo rappresentasse.

Una delle pratiche più diffuse per dare vita alle statue è quella di aprirne la bocca e gli occhi: così si completava l’opera e contemporaneamente si consacrava.

Di rituali per dare vita alle statue o per intrappolare lo spirito degli dei in oggetti si parla abbondantemente nel Corpus hermeticum, una raccolta di testi antichi attribuiti dalla tradizione, e definitivamente dai bizantini nel IV sec. d.C., a Ermete Trismegisto, figura mitologica riconducibile al dio greco Hermes e al dio egizio Thot. Il termine qui utilizzato per i rituali è telestiké: consistevano nel creare statue da riempire con elementi vegetali, minerali o animali utili ad evocare il dio e farlo risiedere in esse. Di questa tradizione si appropriarono i neoplatonici tra cui Giamblico e Proclo.

Anche nella mitologia vi sono molti esempi di attribuzione di capacità umane alle statue, come nel caso di Dedalo, in grado di dare voce alle statue grazie all’argento vivo.